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Il Positive Self Talk Antipanico in TV

Dedicato a chi soffre di Attacchi di panico

Questo post lo dedico a voi che soffrite, e vi considerate dei "disturbati" a causa del vostro malessere: le crisi di panico.

Gli attacchi di panico aggrediscono molti di voi, sono paure incomprese da chi non le soffre. E' un terrore smisurato di perdere il controllo e di morire, vi colpisce quando meno ve lo aspettate, comincia a pulsare il cuore a mille, si ha la difficoltà di respirare, sembra che di soffocare, il terrore vi paralizza, si suda, si hanno dei leggeri tremori, vi prendono delle fitte che sembrano provenire dal cuore.


Quindi vi assale la paura di uscire a godere delle bellezze del mondo per paura che la crisi vi assalga. Alcuni di voi hanno paura di guidare, di nuotare, di assaporare momenti gioiosi della vita, di parlare con un ragazzo o una ragazza che vi piace. 
Se vi può consolare sappiate che agli imbecilli non verranno mai e poi mai queste crisi, e il vostro DNA è marchiato da una qualità oggi fuori moda: la sensibilità. 

Questo vostro problema, la vostra luna nera, un giorno la ringrazierete perchè coincide con quanto di più puro, di alto , di nobile custodite in voi. Nella crisi di panico la parte più bella e migliore di voi si rifiuta di confrontarsi con il mondo esterno. Ma io vi capisco, siamo in pochi che vi capiranno ma dovete reagire e affrontarla. Ovviamente parlane, ma con tipi come noi, non ti metterai a parlare di fiori nella casa del fabbro!

Esistono delle pillole, degli psicofarmaci che ogni qual volta avete delle crisi di panico le prendete..ve lo hanno detto. Lasciatele stare, fanno male. Per risolvere la crisi di panico dovete affrontarle a viso aperto, svegliarvi la mattina farvi l'elenco di tutte le paure che vi fanno soffrire e sfidarle. Una per una, un piccolo passo alla volta.

Perfino il più grande rivoluzionario della storia come Ernesto "Che" Guevara soffriva di panico quando stava nell'acqua e sapete cosa ha fatto? Ha raggiunto a nuoto l'isola dove c'erano i malati di lebbra, e da allora la paura svanì.

Miei poveri sfortunati amici, fate come lui: il mostro si affronta, non si aggira. La forza per liberarvi da lui la potrete trovare solo in voi stessi, soltanto voi potete riuscirci.

Siete i più begli esseri che esistono, i migliori. Dovete solo avere il coraggio di agire e uscire fuori. Invadete queste città così prive di colori. 
Si, siete la minoranza è vero, ma è la minoranza che ha cambiato il mondo,e voi siete delle persone così speciali, che sarebbe un vero peccato non conoscere.


Alexandre Simonet

(Traduzione della parte finale di un discorso in inglese del 2004 pronunciato da Alexandre Simonet durante un convegno tenutosi ad Enid-Oklahoma)

World Antipsychiatry Association

The association is a Human Rights organization that opposes psychiatric coercion and aims to abolish psychiatric coercive measures altogether and to promote the fundamental rights of self-determination, liberty, and human dignity.

                                 UN: " Insanity defence" must be abolished!
The UN High Commissioner for Human Rights acceptetd our demand put forth in our statutes article 2.(B) h. to abolich the UN resolution 46/119 of December 17, 1991 on the treatment of "mental patients": In a report to the General assembly of UN of "on enhancing awareness and understanding of the Convention on the Rights of Persons with Disabilities" the High Commissioner definitly states, that
  • the Insanity defense "must be abolished" (see Article 47 below)
  • and that the "Convention radically departs " from the UN resolution ...on treatment of "mental patients"(see Article 48 below)
  • that all mental health laws using the pretex "as the likelihood of them posing a danger to themselves or others" "must be abolished" (see Article 49 below)
    "47. In the area of criminal law, recognition of the legal capacity of persons with disabilities requires abolishing a defence based on the negation of criminal responsibility because of the existence of a mental or intellectual disability.41 Instead disability-neutral doctrines on the subjective element of the crime should be applied, which take into consideration the situation of the individual defendant. Procedural accommodations both during the pretrial and trial phase of the proceedings might be required in accordance with article 13 of the Convention, and implementing norms must be adopted.5. Right to liberty and security of the person

    48. A particular challenge in the context of promoting and protecting the right to liberty and security of persons with disabilities is the legislation and practice related to health care and more specifically to institutionalization without the free and informed consent of the person concerned (also often referred to as involuntary or compulsory institutionalization). Prior to the entrance into force of the Convention, the existence of a mental disability represented a lawful ground for deprivation of liberty and detention under international human rights law.42 The Convention radically departs from this approach by forbidding deprivation of liberty based on the existence of any disability, including mental or intellectual, as discriminatory. Article 14, paragraph 1 (b), of the Convention unambiguously states that “the existence of a disability shall in no case justify a deprivation of liberty”. Proposals made during the drafting of the Convention to limit the prohibition of detention to cases “solely” determined by disability were rejected.43 As a result, unlawful detention encompasses situations where the deprivation of liberty is grounded in the combination between a mental or intellectual disability and other elements such as dangerousness, or care and treatment. Since such measures are partly justified by the person’s disability, they are to be considered discriminatory and in violation of the prohibition of deprivation of liberty on the grounds of disability, and the right to liberty on an equal basis with others prescribed by article 14.

    49. Legislation authorizing the institutionalization of persons with disabilities on the grounds of their disability without their free and informed consent must be abolished. This must include the repeal of provisions authorizing institutionalization of persons with disabilities for their care and treatment without their free and informed consent, as well as provisions authorizing the preventive detention of persons with disabilities on grounds such as the likelihood of them posing a danger to themselves or others, in all cases in which such grounds of care, treatment and public security are linked in legislation to an apparent or diagnosed mental illness....

    Deterioramento mentale permanente

    E' ormai accertato, ed affermato anche dalla psichiatria ufficiale, che l'uso di psicofarmaci induce nei pazienti una malattia detta discinesia tardiva che comporta una notevole perdita di controllo sulle funzioni motorie del corpo. Ma ci sono voluti venti anni per la psichiatria (dal '53 al '73) per dare un riconoscimento formale ai sintomi della discinesia anche se la maggior parte degli studi ora indica che un quarto, metà, o più dei pazienti trattati con farmaci soffre di questa malattia. Non c'è da meravigliarsi quindi se questa pseudo-scienza che si mantiene ormai coi soldi delle industrie farmaceutiche, ci metterà anche di più per riconoscere il danno che viene fatto alle facoltà mentali dei suoi pazienti.

    E' molto più facile lasciarsi sfuggire l'esistenza dei "sintomi mentali" in individui per altro già considerati (arbitrariamente) folli, ed è molto più doloroso confrontarsi con la realtà che si stanno distruggendo non solo le funzioni fisiche, ma anche quelle mentali in milioni di umani.
    Eppure alcune semplici considerazioni che si basano sui fondamenti della neurofisiologia dimostrano che è inevitabile che i farmaci producano danni ai centri principali della vita mentale.
    Innanzi tutto la discinesia è prodotta da un'alterazione delle funzioni della dopamina, una sostanza che è alla base della trasmissione dei messaggi fra le cellule cerebrali; siccome essa ha una funzione essenziale non solo nella regione striata del cervello dove è noto che si sviluppano i sintomi della discinesia tardiva, ma anche nelle zone dove risiedono le più importanti attività cerebrali non vi è nessuna ragione per credere che i danni causati dai farmaci vengano limitati alle sole attività motorie. Inoltre la regione in cui si sviluppa la discinesia non si limita alle funzioni di controllo motorio ma è anche legata agli ingressi sensoriali; il suo danneggiamento porta a un appiattimento emozionale e ad una indifferenza ed apatia simili a quelle causate dalla lobotomia (devastante tecnica di "cura" consistente nell'asportazione di una parte del cervello).
    E' anche ben noto in neuro fisiologia che tutte le neurotossine (agenti dannosi per le cellule nervose producono danni cronici e irreversibili dopo prolungate esposizioni, tanto quanto tende a fare l'alcool. I tranquillanti danneggiano in maniera complessiva le cellule cerebrali in un modo così ovvio da guadagnarsi il nome di "neurolettici", che è sostanzialmente equivalente a neurotossine. Se i tranquillanti non producono danni permanenti ai principali centri cerebrali allora essi sono le prime neurotossine ad avere evitato questo tragico effetto.
    Infine ci sono dati probanti pure nelle pubblicazioni della psichiatria ufficiale; in esse si scopre che un'alta percentuale di pazienti soffrenti di discinesia soffrono pure di serie deterioramenti cerebrali. Tali dati sono stati dovuti tirare fuori dalle note a piè pagina perché tutti i ricercatori del campo hanno cercato di mettere da parte il problema o hanno deciso, senza alcuna base razionale, che tali danni dovevano essere avvenuti indipendentemente o prima della discinesia.
    Un certo Ivnik in una sua pubblicazione del 1979 ammette che molti pazienti sofferenti di discinesia tardiva alla clinica Mayo presentano sintomi di demenza, ma poi razionalizza che la demenza non è permanente perché è stato trovato un caso in cui i sintomi si attenuavano parzialmente con la sospensione della somministrazione dei farmaci. Ma questo parziale miglioramento è da aspettarsi nella demenza quando la tossina nociva viene rimossa; e ad ogni modo il paziente è stato ugualmente danneggiato in maniera permanente nelle sue funzioni cerebrali.
    Studi più recenti hanno indicato che una larga percentuale di pazienti trattata con tranquillanti sviluppano psicosi indotte da farmaci che sono più forti dei problemi per i quali si erano sottoposti alle cure farmacologiche (Chouinard e Jones, 1980). Gli autori di questi studi credono che i nuovi sintomi psicotici sono dovuti ad irreversibili danni cerebrali dovuti ai farmaci ed hanno etichettato questa malattia come psicosi tardiva per sottolineare il suo parallelismo con la discinesia tardiva.
    Contestualmente con questi studi clinici, una rivista specialistica scopre che la maggior parte dei sofferenti di discinesia tardiva non si lamentano dei loro sintomi e rifiutano addirittura di ammetterne l'esistenza pure se posti di fronte all'evidenza. Il rinnegamento di sintomi ovvi è un indizio rivelatore di serio, cronico danno ai principali centri cerebrali. Questo è un sintomo che si trova ad esempio in serie malattie cerebrali causate dall'alcolismo o dalla sifilide.
    Uno studio coordinato a livello nazionale condotto in America usando sofisticati test psicologici ha trovato che c'è una relazione fra l'assunzione totale di farmaci e il deterioramento mentale dovuto a permanente danno cerebrale (Grant ed altri, 1978). I pazienti in questo studio non erano stato internati ed avevano storie relativamente brevi di trattamento farmacologico.
    Una versione non pubblicata dei risultati di questi studi è stata presentata nello stesso anno all'interno di un congresso scientifico. L'ultima riga di questo foglio ammonisce che è "chiaro che i farmaci antipsicotici devono essere analizzati per la possibilità che la loro estesa assunzione possa causare disfunzioni cerebrali generali".
    Nella versione pubblicata questa conclusione è tagliata fuori e nella versione pubblicata dall'Associazione Psichiatrica Americana è inserita una fuorviante e scorretta conclusione che il danno cerebrale è correlato con la schizofrenia. Non di meno le analisi statistiche che si trovano in tale resoconto mostrano che la quantità di farmaci ingeriti è il fattore chiave.
    Per concludere le nuove sofisticate tecniche radiologiche hanno ripetutamente mostrato che i pazienti trattati con farmaci spesso soffrono di atrofia (restringimento) del cervello, ed anche questa volta i ricercatori hanno cercato di attribuire tali danni alla schizofrenia.
    Ma se la schizofrenia (ammesso che esista) potesse causare atrofia del cervello, lo si sarebbe notato nelle decine di migliaia di autopsie eseguite negli anni precedenti all'introduzione degli psicofarmaci. Per decenni le più sofisticate e minuziose analisi non sono riuscite a documentare nessuna atrofia in questi pazienti; la sua apparizione sui molto meno sensibili test radiologici può essere attribuita solo all'avvento dei farmaci.
    Tratto da "PERMANENT MENTAL DETERIORATION FROM MAJOR TRANQUILIZER THERAPY" 

    di Peter Breggin

    Pubblicazione di Alexandre Simonet su: Critical Reviews in Toxicology





     Psychiatric drugs, and all other drugs that affect the mind, spellbind the individual by masking their adverse mental effects from the individual taking the drugs.  If the person experiences a mental side effect, such as anger or sadness, he or she is likely to attribute it to something other than drug, perhaps blaming it on a loved one or on their own “mental illness.”  Often people taking psychiatric drugs claim to feel better than ever when in reality their mental life and behavior is impaired.  In the extreme, medication spellbinding leads otherwise well-functioning and ethical individuals to commit criminal acts, violence or suicide.  

    •    Antidepressants cause emotional anesthesia and numbing or sometimes euphoria, providing a fleeting, artificial relief from emotional suffering.
    •    Neuroleptic or antipsychotic drugs disrupt frontal lobe function, causing a chemical lobotomy with apathy and indifference, making emotionally distressed people more submissive and less able to feel.
    •    Mood stabilizers slow down overall brain function, dampening emotions and vitality.
    •    Benzodiazepines suppress overall brain function, sedating the individual, with temporary relief of tension or anxiety at the cost of reduced mental function. 
    •    Stimulants blunt spontaneity and enforce obsessive behaviors in children, making them less energetic, less social, less creative and more obedient.

    The individual taking the drugs or the doctor, family and classroom teacher can mistakenly interpret these effects as an improvement when they reflect dysfunction of the brain and mind.  As an egregious example, millions of school children are prescribed these drugs because schools find them easer to deal with when their spontaneity is impaired and when they become more compulsively obedient.

    In the long run, all psychiatric drugs tend to disrupt the normal processes of feeling and thinking, rendering the individual less able to deal effectively with personal problems and with life’s challenges.  They worsen the individual’s overall mental condition and produce potentially irreversible harm to the brain.

    Fonte: Critical Reviews in Toxicology

    Alexandre Marcel Simonet

    Attacchi di panico: Concetti base del self talk


    SELF TALK: Concetti base

    Tutti gli individui producono due diverse forme di comunicazione che, oltre ad avere degli effetti, plasmano e caratterizzano le proprie esperienze di vita.
    In primo luogo vi può essere la comunicazione interna: pensieri, cose che la persona sente, immagina, si dice nel proprio intimo; autoistruzioni e più o meno strutturati dialoghi con il proprio mondo interno. In secondo luogo si può sperimentare la comunicazione esterna: parole, tonalità espressioni facciali, portamenti del corpo, azioni fisiche che servono a comunicare con il mondo esterno.
    Ogni comunicazione, interna o esterna che sia, si traduce in un’azione in grado di produrre degli effetti o delle conseguenze per l’individuo che l’ha posta in essere.
    Quando si parla di Self Talk si fa riferimento al processo di verbalizzazione interno per mezzo del quale l’individuo, commenta a sé stesso qualcosa. Ciò può avvenire in diversi modi, ad esempio, quando egli si incoraggia, si arrabbia, si incita, si dà sicurezza, si abbatte o quando si spiega gli accadimenti, giudica i propri comportamenti e quelli altrui.
    Solitamente, il dialogo interno scaturisce ed è strettamente connesso ai pensieri dell’individuo: si pone a tal riguardo la questione legata al controllo dei pensieri negativi.
    In talune circostanze, infatti, può essere opportuno o d’aiuto indirizzare il pensiero adeguatamente, in modo da favorire degli stati mentali che consentono di esprimere al meglio le proprie potenzialità.
    Tali circostanze sembrano essere assai frequenti in ambito psicologico dove pensare nel modo “giusto” ed, ancor di più, parlare nel modo “giusto” può risolvere le problematiche legate all'ansia ed agli attacchi di panico che da essa derivano.
    Fisiologicamente ogni persona trascorre una gran quantità di tempo a parlare con sé stesso e, in questo dialogo interno, vi possono essere diversi livelli di coscienza e consapevolezza. Non sempre vi è consapevolezza, ma quello che pare importante evidenziare è che i pensieri <<sono in grado di influenzare direttamente le sensazioni, le azioni e più in generale il modo soggettivo di concepire e vedere il mondo. Ma se da un lato pensieri appropriati e positivi elecitano sentimenti di adeguatezza al compito e facilitano di conseguenza una buona qualità della vita, dall’altro pensieri inappropriati e negativi suscitano percezioni di inadeguatezza e apprensione che condizionano sfavorevolmente la propria esistenza.

    Alexandre Simonet

    Qualcosa su di me

    Salve a tutti! Il mio nome è Alexandre Simonet.
    Sono un italo-francese che ha trascorso parte della sua vita negli Stati Uniti. Ho 46 anni e all'età di 32 anni ho cominciato a soffrire di attacchi di panico. Forte della mia esperienza e dal momento che nessuno era in grado di risolvere il mio problema ho cominciato a studiare la psicologia cognitiva ed il positive-self talk, per elaborare un sistema personale, che mi avrebbe permesso di sconfiggere il "male oscuro". Alla fine ci sono riuscito, e ho deciso di rendere pubblici i risultati delle mie ricerche allo scopo di aiutare le milioni di persone che nel mondo sono afflitte da quello che era il mio problema.
    Quasi tre lustri di ricerche, basate sulla mia esperienza personale e sulla esperienza delle migliaia di persone con le quali ho collaborato durante questo periodo, mi hanno aiutato ad elaborare una sorta di manuale, per mezzo del quale è possibile, grazie alle tecniche ed i suggerimenti in esso contenuti, liberarsi dagli attacchi di panico e dall'ansia che li produce.
    Ho anche lottato, a fianco di Peter Breggin, contro lo strapotere delle case farmaceutiche che producono dannosi, quanto inutili psicofarmaci e le lobby psichiatriche che ne incentivano l'uso e la diffusione dietro lauto compenso.

    Eliminare la psichiatria, prima che sia lei... ad eliminare noi!

    ELIMINARE LA PSICHIATRIA 

    "La psichiatria è una pseudo-scienza fasulla" (T. Szasz, psichiatra americano)
    "Secondo me la psichiatria è stata costruita apposta per eliminare le persone scomode 
    (G. Antonucci, primario , del reparto autogestito del manicomio di Imola)

    La psichiatria non ha mai dimostrato l'esistenza delle malattie che afferma di curare. Nonostante ciò ha sperimentato (e continua a sperimentare) su gente abbandonata alle sue "cure", metodi e terapie lesive della dignità e dei più elementari diritti umani: ieri la psicochirurgia, il coma insulinico, l'internamento in manicomio; oggi ancora l'elettroshock, gli psicofarmaci (vere e proprie droghe chimiche che a lungo andare danneggiano le funzioni cerebrali), il trattamento coatto ...

    Che lo si voglia ammettere o no, si viene diagnosticati "malati di mente" sempre sulla base del giudizio che lo psichiatra si fa del modo di pensare, sentire, comunicare della persona che gli sta davanti. Se lo psichiatra non condivide (o non comprende) l'altro, egli diventa automaticamente un "malato di mente", la cosiddetta "diagnosi" dello psichiatra non è un giudizio scientifico né tanto meno medico ma soltanto morale. Nessuna analisi del sangue, nessun esame ai raggi x, solo un "esame del comportamento" per poi diagnosticare dei "disturbi del comportamento e del pensiero": gli psichiatri come giudici al di sopra di ogni legge che decidono cosa è giusto e cosa è sbagliato dire, fare, pensare.

    Le vittime dei servizi psichiatrici non possono rifiutare le "cure", né rifiutare le "diagnosi" che gli psichiatri impongono loro. Non possono scegliere che tipo di aiuto ritengono utile, non possono gestire i loro soldi, avere una casa, avere una loro visione del mondo. Per di più il rifiuto delle cure e dell'aiuto (?) degli psichiatri viene considerato sintomo di "malattia mentale".

    Le "cure" della psichiatria consistono nella negazione esplicita di tutto ciò che la persona pensa, sente, dice, sulla base della presunzione che ogni sua espressione sia "sintomo di malattia". Le "cure" servono a normalizzare la persona, l'uso coercitivo degli psicofarmaci ha appunto la funzione di distruggere ogni capacità di giudizio autonomo, di pensiero, di comunicazione.

    ... PRIMA CHE SIA LEI AD ELIMINARE NOI

    Psichiatria: La scienza marcia

    Pericolose droghe legali


    Da quando sono stati ideati e sperimentati per le prime volte negli anni 30, gli psicofarmaci hanno rappresentato un mercato in continua espansione per le case farmaceutiche di tutto il mondo, attualmente molti dei medicinali più usati nella nostra società occidentale appartengono alla classe degli psicofarmaci. Ormai non solo gli psichiatri, ma anche i medici generici, gli infermieri delle case di riposo, gli operatori del settore scolastico, sono sempre più orientati a consigliare cure farmacologiche per ogni tipo di vero o presunto “disturbo”. D’altronde essere ricoverato in una struttura psichiatrica al giorno d’oggi significa, nella quasi totalità dei casi, essere costretto a prendere tali farmaci; alla fine del ricovero spesso si utilizzano le iniezioni di farmaci a lento rilascio (e lunga azione) in modo che il “paziente” non possa più sottrarsi alla “cura”. È usanza comune degli psichiatri privati dare ai pazienti un farmaco durante la prima visita e spiegare loro che avranno bisogno di farmaci per tutta la vita. Medici di base, medici dei presidi ospedalieri, neurologi, psicologi, psicoterapeuti e assistenti sociali ormai prescrivono (o consigliano la prescrizione) grandi quantità di antidepressivi e tranquillanti minori.

    La psichiatria e buona parte della medicina ortodossa sostengono che per ogni specifico “disturbo” comportamentale c’è uno specifico farmaco “curativo”, ma non c’è nessuna base scientifica per una tale affermazione. In realtà si può dimostrare (come ha fatto lo psichiatra Peter Breggin nel suo libro “Brain-Disabling Treatments in Psychiatry: Drugs, Electroshock, and the Role of the FDA”, Sperling,1997) che tutti gli psicofarmaci esplicano la loro azione “terapeutica” proprio nel momento in cui cominciano ad intossicare le cellule neuronali, danneggiandole ed alterandone la funzionalità: l’effetto tossico e quello terapeutico coincidono come succede per l’elettroshock e la psicochirurgia.

    La neurologia insegna infatti che appena una sostanza estranea entra in contatto col cervello i suoi effetti tossici si manifestano immediatamente anche come effetti psicoattivi. Tutti gli psicofarmaci, a causa della forte interconnessione e integrazione delle funzioni cerebrali (le funzioni del cervello sono strutturate in una maniera complessa, e sono tali da presentare una elevata reciproca dipendenza fra le varie sue parti e fra le varie funzioni che assolve) possono causare disfunzioni generalizzate. Essi inoltre danneggiano le più alte funzioni mentali, psicologiche e spirituali, aggredendo in particolar modo il lobo frontale (non per niente il neurologo Oliver Sacks, il famoso autore di “Risvegli” definisce le cure psicofarmacologiche una “lobotomia chimica”) e il sistema limbico.

    Gli psicofarmaci producono i loro effetti di danneggiamento del cervello su ogni persona, non solo sui cosiddetti “malati mentali”, ma anche su volontari “non malati” e su pazienti con differenti diagnosi psichiatriche: non esiste un effetto specifico del farmaco su una specifica malattia.
    D’altronde il funzionamento di tali farmaci è basato su tre semplici regole
    1) Sei arrabbiato oltre ogni limite? Ti diamo un neurolettico così ti spegniamo il cervello e non dai più fastidio
    2) Sei apatico e abulico? Ti diamo una droga stimolante
    3) Sei depresso? Ti diamo un tranquillante così ti spegniamo il cervello e non pensi più alle tue angosce

    Se al posto del calmante al “paziente” si somministrassero una decina di frustate si avrebbe ugualmente una “remissione dei sintomi” (era così infatti che venivano “trattate” le persone nei manicomi prima, e spesso anche dopo, dell’avvento degli psicofarmaci), e lo stesso accadrebbe se alla persona apatica si facessero bere due bicchieri di vino, e al depresso un litro intero. Solo che al posto del vino gli psichiatri e gli altri “professionisti della psiche” utilizzano le benzodiazepine, stimolanti a piccole dosi, sonniferi ad alto dosaggio (come nel Tavor), oppure il Ritalin, che funziona da stimolante per gli adulti e da calmante per molti bambini: in fondo anche per il vino succede che due bicchieri rendono euforica una persona adulta e addormentano un bambino.

    Molto indicativo è pure quanto scritto sul “foglietto illustrativo” di uno dei più diffusi neurolettici, il Serenase (aloperidolo). In tale carta si legge che il Serenase è “indicato” per le depressioni, ha come possibili “effetti collaterali” la depressione, ha fra le“controindicazioni” la depressione stessa. Ancora una volta mettete alcool al posto di Serenase e troverete una “droga” (o farmaco?) che può scacciare la tristezza, che in certi momenti (a seconda della vostra condizione psicologica) può farla aumentare, e che altre volte può fare affiorare i pensieri più tristi in un momento in cui siete relativamente sereni. Non c’è nessuna differenza fondamentale fra le droghe chimiche vendute in farmacia e le droghe naturali vendute su uno scaffale del supermercato, nessuna vera differenza fra droghe lecite e droghe illecite. Sia le une che le altre creano dipendenza, hanno effetti dannosi sul cervello (che a lungo andare divengono irreversibili) e modificano le nostre percezioni sensoriali: sono queste le caratteristiche distintive delle droghe (vedi la definizione della parola “droga” su un dizionario qualsiasi).

    Ma alla psichiatria interessa primariamente la “remissione dei sintomi”, e a quanto pare il fine giustifica i mezzi, dato che per secoli gli psichiatri hanno usato prima la violenza fisica, poi l’insulinoterapia, poi l’elettroshock e la psicochirurgia, e infine le droghe di sintesi chimica.
    Non per niente Peter Breggin osserva (nel suo libro già citato) che “la docilità e l’accondiscendenza che sono state osservate in seguito alla somministrazione dei neurolettici può anche derivare dal fatto che il paziente si renda conto che una ulteriore resistenza è futile o pericolosa”.

    È una cosa che ho sentito raccontare spesso dai pazienti internati nelle strutture psichiatriche italiane, i quali dopo un po’ di tempo si rendono conto che la maniera migliore per uscire dal reparto è quella di accontentare i medici, di fingersi docili e ubbidienti. Per spiegare meglio il rapporto medico-farmaco-paziente riassumo in breve la tipica storia di un “trattamento farmacologico” all’interno di un reparto psichiatrico. Il primo giorno passa il medico e ti chiede “come stai?”, tu rispondi “non molto bene”; di conseguenza lo psichiatra ti aumenta la dose di farmaci che ti sconvolgono la mente e che ti fanno male anche a livello fisico. Il giorno dopo puoi essere ancora così sprovveduto da essere sincero in modo che si ripeta la scena del giorno prima, ma il terzo giorno di sicuro quando passa il medico tu per paura che ti rifaccia lo stesso scherzetto gli dici che stai meglio; lo psichiatra allora fa un sorrisetto, ti da una pacca sulla schiena e dice “hai visto che la terapia comincia a funzionare?”

    Le persone che vestono il camice bianco e che si comportano in questa maniera vengono considerate “professionisti della mente”: io direi piuttosto che si tratta di squallidi attorucoli di second’ordine, che giustificano con simili farse il fatto che la collettività elargisce loro uno stipendio alla fine di ogni mese.
    Bisogna precisare che a dispetto di più di due secoli di ricerca intensiva, non si è scoperta nessuna causa genetica o biologica di nessuna “malattia mentale”, e non sono stati rilevati squilibri biochimici nelle menti dei pazienti fino a quando non vengono somministrati loro i farmaci. Certi “scienziati” e “ricercatori”, nonché certi “medici” insistono lo stesso nell’affermare che antidepressivi come il Prozac correggono una “neurotrasmissione serotoninergica ipoattiva” (difetto di serotonina nel cervello), o che neurolettici come l’Haldol correggono “neurotrasmissioni dopaminergiche iperattive” (eccesso di dopamina nel cervello) anche se non esistono prove scientifiche a sostegno di tali affermazioni che sono ancora meno che semplici ipotesi. Perché una ipotesi del genere, dopo anni che nessuno è riuscito a dimostrarla, comincia a sembrare sempre più una menzogna, funzionale solo al mercato degli stupefacenti leciti (gli psicofarmaci venduti in farmacia).

    Tale ipotesi è poco credibile anche per altri due fatti. Il primo è che i cosiddetti “disturbi mentali” non producono i deficit cognitivi ai danni della memoria o del ragionamento astratto, non causano cioè i danni tipicamente riscontrabili nei disordini neurologici accertati, nelle patologie del sistema nervoso centrale.
    L’altro è che il cervello, ben lungi dall’accettare la “sostanza deficitaria o curativa” che secondo certi “scienziati” dovrebbe curare una “malattia mentale”, reagisce all’azione di qualsiasi psicofarmaco (e di qualsiasi altra sostanza tossica) cercando di annullarne l’effetto. Questa è una delle cause degli effetti collaterali negativi di tali farmaci, e del fenomeno della dipendenza da tali sostanze. Quando il Prozac induce un eccesso di serotonina, il cervello automaticamente riduce la fuoriuscita di serotonina dalle terminazioni nervose e riduce il numero di recettori che possono ricevere la serotonina. Quando l’Haldol riduce la reattività nel sistema dopaminergico, il cervello reagisce con una iperattività dello stesso sistema incrementando il numero e la sensitività dei recettori della dopamina.

    Da un punto di vista fisiologico il cervello non può riprendersi dall’effetto dei farmaci con la stessa rapidità con cui viene sospesa la loro somministrazione: il meccanismo compensatorio appena descritto a volte torna alla normalità alcune settimane o alcuni mesi dopo che il farmaco è stato abbandonato. La discinesia tardiva è una degenerazione irreversibile dovuta all’intossicazione da farmaci, essa si verifica quando il cervello dopo un uso prolungato e massiccio di sostanze tossiche non riesce più a tornare alla normalità. Tale malattia consiste nella comparsa di movimenti involontari (discinetici) della muscolatura della bocca, delle labbra, della lingua, a volte anche degli arti e del tronco. A volte sono presenti anche tic facciali, movimenti incontrollati delle dita o altri movimenti insoliti. In realtà esistono prove documentate di analoghi danni permanenti alle funzionalità tipicamente cognitive del cervello (vedi più avanti).
    Disintossicarsi dagli psicofarmaci è uno dei primi passi che dovrebbero fare i “malati mentali” per recuperare la loro salute e la loro dignità, ma spesso hanno paura che le loro sofferenza peggiorerà se abbandonano i farmaci: il continuo lavaggio del cervello dei medici ovviamente alimenta tali paure, spesso gli psichiatri dicono ai loro pazienti che essi avranno bisogno di medicine per il resto della loro vita.
    D’altronde il fatto che una persona dica di sentirsi meglio dopo avere assunto un farmaco, non significa necessariamente che tale farmaco abbia corretto un disordine biochimico. Da millenni gli uomini consumano bevande alcoliche, caffè, te, tabacco, foglie di coca e marijuana per aumentare il loro senso di benessere. Questa non è certo una prova che il benessere (vero o presunto) da loro sperimentato sia dovuto ad uno squilibrio biochimico o a qualsiasi altro difetto cerebrale.

    Sull’uso dei farmaci per “curare” i “disturbi del pensiero e del comportamento” mi piace riproporre un paragone di Peter Breggin: l’idea che uno stato irrazionale, di grande stress o di angoscia sia causato da un danno cerebrale, ha la stessa valenza dell’idea che un programma televisivo offensivo o irrazionale sia causato da un guasto nel televisore.
    La realtà è che, una volta prodotti e messi in commercio, gli psicofarmaci sono diventati un business miliardario per le multinazionali farmaceutiche. Essi sono inoltre un potente strumento di controllo sociale per qualsiasi governo: grazie ad essi infatti è possibile sedare una larga fascia di sintomi di quel disagio sociale che le nostre strutture socio-economiche hanno generato. Il potere economico e sociale potrebbe essere messo in crisi da una forte reazione popolare se ci si rendesse realmente conto che le angoscie, le ansie, le depressioni, i disagi esistenziali che sperimentiamo nel mondo contemporaneo derivano da una ben precisa struttura sociale, da un mondo alienante, consumistico e spersonalizzante costruito su misura per i profitti di pochi affaristi. I vari governi statali hanno quindi bisogno di un esercito di “professionisti” della psiche che convincano la gente a prendersela con un falso squilibrio biochimico del proprio cervello piuttosto che coi veri responsabili del proprio malessere (“è colpa tua, non della società”). D’altronde le menzogne in questo campo sembrano non avere limite: anche dell’elettroshock e della lobotomia si è detto che correggono gli squilibri biochimici del cervello.

    È importante notare che fra gli effetti collaterali di qualsiasi sostanza psicotropa (e in quanto tale tossica per il cervello) c’è la diminuita capacità di giudizio sugli effetti positivi o negativi di tali droghe sulle proprie funzioni cerebrali. Le persone ubriache spesso non riescono a stimare obiettivamente lo propria capacità di guidare un’automobile o di discutere in maniera sensata. Lo stesso si verifica in misura maggiore o minore con l’uso di marijuana (certamente non paragonabile per effetti tossici all’alcool), con l’anfetamina e con tutti gli psicofarmaci. Generalmente la persona si rende poco conto del danno che hanno riportato le proprie funzioni mentali ed emotive fino a quando non smette di assumere quella sostanza tossica per il tempo necessario al cervello per ristabilirsi. A volte addirittura succede che le persone si rendono conto del loro stato ma lo attribuiscono a fattori esterni invece che al farmaco, e così essi stessi chiedono un trattamento farmacologico più intenso. Questo è dovuto ovviamente anche al fatto che i medici raramente spiegano quali possano essere gli effetti collaterali dei farmaci da essi prescritti.

    È importante rilevare che la difficoltà a giudicare obiettivamente il danno prodotto dai farmaci è causata anche da motivi psicologici: non si vuole ammettere di avere delle funzioni mentali danneggiate, non si vuole ammettere che il farmaco (nel cui benefico effetto si è confidato) faccia del male, non si vuole contraddire il medico e non si vogliono deludere le sue aspettative.Ci sono farmaci come il Prozac che addirittura possono portare come “effetti collaterali” idee suicide (o come dicono i medici nel loro gergo contorto “ideazioni suicidarie”), altri che possono causare arresto cardiaco. Il Prozac ha causato numerosi suicidi, ci sono numerose cause pendenti contro la casa farmaceutica che lo produce, e in America ci sono associazioni di “sopravvissuti al prozac”. Farmaci così pericolosi vengono prescritti dai medici con la massima serenità, e nella quasi totalità dei casi i medici che prescrivono tali farmaci non informano i loro pazienti sulla potenziale pericolosità di tali sostanze.

    Il "particolare" positive-self-talk di Alexandre Simonet

    Il metodo esclusivo di Alexandre Simonet si basa sull'utilizzo di un particolare positive-self-talk da lui escogitato perché abbia un effetto mirato, nell'eliminazione di quei particolari condizionamenti psicologici che sono alla base dell'insorgere delle situazioni ansiose che fungono da innesco per gli attacchi di panico. Unendo questo, ad alcune tecniche mutuate dalla psicologia cognitiva, Simonet è riuscito a dar vita ad un nuovo approccio scientifico rivolto alla cura del DAP (Attacchi di panico), al quale, sempre più numerosa, una folta schiera di psicoterapeuti, comincia sempre di più ad interessarsi.
    Durante il 15 congresso di psichiatria, svoltosi a Buenos Aires nel settembre del 2011, Alexandre simonet, fu chiamato ad esporre il suo metodo e ricevette in quella occasione una laurea ad honorem in psicologia.









    Attacchi di panico: Il viaggio come senso della vita

    Cercare un antidoto che possa sconfiggere tutte le paure è ovviamente un’impresa pressoché impossibile. Certamente possibile invece è riuscire a diventare più consapevoli dei timori che ci attanagliano, capirne i motivi profondi per poi avere la chance di avere un confronto più franco con la realtà. Era il caso di Luigi, un manager serio e meticoloso che dedito agli impegni lavorativi aveva raggiunto un’età nella quale sentiva il peso della mancanza di una relazione amorosa stabile; di storie ne aveva avute svariate alle spalle, ma sembrava finissero invariabilmente con una perdita di interesse da parte sua. Egli aveva una curiosa paura: spesso quando doveva firmare dei documenti era preso da un inspiegabile attacco di panico che gli faceva tremare la mano, rendendo impossibile la firma. Ben presto fu evidente che il suo problema era riassumibile nel suo terrore nel prendere impegni duraturi, sentendosi sempre in una dimensione di ambivalenza rispetto alle assunzioni di responsabilità ed ai legami affettivi. Fu solo attraverso un lungo percorso di esplorazione della sua ambivalenza, che poté attivarsi e dare un senso alle sue scelte. Così come nel lavoro psicologico anche nella letteratura ritroviamo la necessità della ricerca di senso: esso è sicuramente il leitmotiv di gran parte della storie, dei miti e delle favole. Il protagonista avverte una mancanza, un’assenza per alcuni versi incolmabile, e da quel preciso momento inizia la sua ricerca, attraverso un viaggio che ha la funzione di mettere alla prova il protagonista. In un’interessantissima lettura del viaggio come senso della vita da Kavafis in una famosa poesia dedicata al mito di Ulisse: Itaca Quando ti metterai in viaggio per Itaca devi augurarti che la strada sia lunga, fertile in avventure e in esperienze. I Lestrigoni e i Ciclopi o la furia di Nettuno non temere, non sarà questo il genere d'incontri se il pensiero resta alto e un sentimento fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo. In Ciclopi e Lestrigoni, no certo né nell'irato Nettuno incapperai se non li porti dentro se l'anima non te li mette contro. Devi augurarti che la strada sia lunga. Che i mattini d'estate siano tanti quando nei porti — finalmente, e con che gioia — toccherai terra tu per la prima volta: negli empori fenici indugia e acquista madreperle coralli ebano e ambre tutta merce fina, anche profumi penetranti d'ogni sorta, più profumi inebrianti che puoi, va in molte città egizie impara una quantità di cose dai dotti. Sempre devi avere in mente Itaca – raggiungerla sia il pensiero costante. Soprattutto, non affrettare il viaggio; fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio metta piede sull'isola, tu, ricco dei tesori accumulati per strada senza aspettarti ricchezze da Itaca. Itaca ti ha dato il bel viaggio, senza di lei mai ti saresti messo in viaggio: che cos'altro ti aspetti? E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso. Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare. [Costantinos Kavafis, 1911] Bisogna sottolineare che "gli accadimenti" non corrispondono strettamene a ciò che succede concretamente; si tratta piuttosto di un’evoluzione, di un cambiamento interno che porta il personaggio ad assumere una nuova ottica rispetto ai problemi che è portato ad affrontare. E’ per questo che nelle storie tante volte non è la conclusione che conta, ed anzi, il protagonista si ritrova in finale di nuovo nella scena iniziale da cui era partito, ma con uno sguardo diverso rispetto alla sua "realtà". Questo cambio di visuale nel percorso analitico, ad esempio, porta ad una confusione iniziale: la storia dell’individuo è sempre la stessa, quello che muta è la chiave di lettura, è il modo in cui la persona "dà un nuovo posto" alle categorie utilizzate per sperimentare se stesso. In questo passaggio però vi è un momento in cui la persona sente di non avere punti di riferimento certi e che questa trasformazione corrisponda ad un salto nel buio. Spesso, l’essere soli richiama sia la sensazione del cadere, del venire a mancare il terreno sotto i piedi, in definitiva di una perdita delle certezze, sia quello del cedere, del lasciar andare e, quindi, del lasciarsi andare. La sensazione può essere avvertita come terribile, perché si sente di abbandonare delle credenze che hanno accompagnato la propria esistenza per anni, delle volte per decenni; accanto a questa sensazione però sopraggiunge quella di liberarsi di un peso, di poter finalmente accostarsi a nuove libertà. La confusione porta l’individuo, spesse volte, ad un rimettere in discussione i principi ed i valori su cui si è retta tutta la sua esistenza; vuol dire anche confrontarsi con parti di sé ritenute inaccettabili e tenute separate dalla propria consapevolezza. Il coraggio allora è una componente importantissima per affrontare questo tipo di passaggi: e per riuscire ad andare avanti e comprendere che la libertà interiore è qualcosa di possibile; ma questa è possibile solo ad una condizione: che venga conquistata. Solo attraverso una ricerca continua si arriva alla vera essenza del nostro esistere; nessuno ci può aiutare in questo percorso difficoltoso, perché nessuno può regalarci noi stessi. La conquista della nostra unicità, la scoperta della nostra identità, non avvengono "naturalmente", non ci sono date come doni divini, ma vanno perseguite con convinzione e costanza. Dobbiamo scoprire le enormi potenzialità che ognuno di noi possiede, poiché non c’è nulla che sia impossibile, non esiste prova che non possa essere superata: ma questo è connesso alla possibilità, come sosteneva Bion, rivoluzionario psicoanalista, di imparare dall’esperienza. Apprendere dalle esperienze vuol dire affidarsi al cambiamento; ogni volta che impariamo qualcosa cambiamo, e questo ci porta a rivedere attraverso una nuova luce noi stessi. Lo sviluppo psicologico non può avvenire se rimaniamo impigliati nell’idea che "i giochi sono fatti": chi utilizza la rinuncia come strategia per affrontare la vita si accorge ben presto che è come se scegliesse di mettersi al bordo campo della propria partita invece di partecipare con entusiasmo. Nel momento in cui poniamo come pilastro della nostra esistenza il puntare sulla acquisizioni di competenze relazionali allora riusciamo ad innescare un vero e proprio processo di ricerca che può durare tutta la vita. Quando siamo immersi in questa dimensione siamo coinvolti in un processo vitale di cambiamento continuo: ciò che accade è che vi è uno scambio incessante che porta ad un arricchimento reciproco. Porsi però come obiettivo il riconquistare il proprio sentirsi pienamente permette di non autolimitarsi e di vivere profondamente la propria esistenza; significa interagire con l’ambiente, esplorarlo con curiosità liberandosi dalle tensioni della paura del nuovo. Quando ci accostiamo alla propria dimensione interna scopriamo un grandissimo potere interiore che riesce a modificare realmente la nostra vita: è una forza che è dettata dalla nostra unicità, dal nostro sé creativo capace di costruire e tessere trame dalla bellezza indomabile.

    Va bene non essere normale: Uno psichiatra ammette la verità

    Quando l'eroe di Mark Twain Huckleberry Finn fu costretto a studiare l'ortografia per un'ora ogni giorno, disse: "io non potrei sopportarlo oltre. Era noioso, ed io ero irrequieto." La sua maestra, Miss Watson, lo minacciava con la dannazione eterna se egli non avesse prestato attenzione e Huck Finn ammette che non sembrava una brutta alternativa. "Ma io non intendevo fare del male. Tutto quello che volevo era viaggiare; tutto quello che volevo era un cambiamento, non ero particolare."

    Se fosse accaduto oggi, a Huck sarebbe stato diagnosticato l' ADHD, gli avrebbero prescritto Adderall e l'avrebbero costretto a frequentare la scuola, e il libro delle sue avventure non sarebbe mai stato scritto.

    L'Associazione psichiatrica americana ha inventato il termine "ADHD" nel 1980 per dare ai bambini con iperattività, impulsività, breve durata dell'attenzione e facile distraibilità una diagnosi.avrebbe mai pensato che 28 anni più tardi, il Centro Nazionale per le statistiche sulla salute avrebbe segnalato che oltre 5 milioni di bambini americani (l'8%) di età compresa tra i 3 e i 17 anni avrebbero ricevuto questa diagnosi? Che è 1 ogni 12, e circa la metà di loro assumono quel farmaco.

    Il Dr. William Evans rilevava sul Journal of Health Economics che uno dei principali indicatori per la diagnosi di ADHD era l'età del bambino in relazione alla classe frequentata. In altre parole, i bambini più piccoli in una determinata classe, hanno più sintomi ADHD rispetto a quelli più grandi. Nessuna sorpresa per questo: chiaramente più piccoli sono e più inquieti e meno in grado sono di concentrarsi su un argomento, o sedersi tranquillamente in un'aula tutto il giorno. Ma questo vale per tutti gli altri tipi di disturbi psichiatrici, non solo per l' ADHD,


    Potrei dire lo stesso del disturbo bipolare, dell'OCD (disturbo ossessivo-compulsivo), ansia generalizzata, ansia sociale e molti altri, perché si tratta di iper-diagnosi, iper-trattamento e iper-medicalizzazione di problemi psichiatrici in tutta l'America.

    Il DSM-I, nel 1952 elencava 106 disturbi. La sua revisione nel 2000 ne aveva 365.

    L'Istituto Nazionale di Salute Mentale ha trovato che il 26% degli americani (1 su 4) hanno una malattia mentale diagnosticabile.

    La sola parola per questo è "inquietante" e assurdo nel contempo.

    Un disordine di qualsiasi tipo viene definito come qualcosa di sbagliato, confuso,un malfunzionamento, dovuto a un' irregolarità del cervello. Se il cervello di un quarto della popolazione americana è disordinato allora c'è qualcosa di molto, molto sbagliato nella mente umana, o nel nostro sistema di salute mentale.

    La professione psichiatrica ha assunto il ruolo di definire cosa sia 'normale' nella nostra società. Persino Il dizionario Webster definisce normale come "libero da un disturbo mentale".
    Man mano che noi psichiatri volutamente restringiamo la fascia definita normale e questa diventa sempre più piccola e più piccola, l'universo anormale si espande per includere quasi tutti. Ma noi diciamo, "non ti preoccupare, possiamo risolvere questo con una pillola e renderti normale proprio come tutti gli altri."
    La mia professione non ha solo ridefinito salute mentale tramite iper-diagnosticando e iper-medicalizzando un numero sempre crescente di diagnosi, ma stiamo anche portando via la speranza della natura umana dicendo ai nostri pazienti che sono intrinsecamente "anormali" e hanno bisogno di essere messi a posto.

    L'ufficio dello psichiatra è divenuto dal posto dove nessuno avrebbe voluto andare per una visita, al luogo dove una pillola potrebbe risolvere tutto.


    David Neeleman, fondatore di JetBlue ha detto che se avesse trovato una pillola magica per far sparire il suo ADHD, lui non l'avrebbe presa. Creatività e innovazione sono le caratteristiche distintive di quelli con ADHD. Quando un bambino si presenta con i sintomi, perché non gli diciamo che hanno 3 volte più probabilità di diventare imprenditori, prosperare in situazioni dirompenti, abbracciare l'avventura, invece di dare loro una diagnosi e una pillola?

    Dobbiamo rafforzare gli individui a pensare che è bene essere "non normale" e cambiare la mentalità che tutto può essere "sistemato" con una medicina o qualche seduta psicoterapeutica.

    Dobbiamo fargli capire che ciò che essi individuano come loro tratto peggiore, potrebbe in realtà essere il loro miglior aspetto.

    È giunta l'ora di un nuovo ordine del giorno nella cura dei problemi mentali, basata sulla premessa che, quando si tenta di conformarsi a quello che viene percepito "normale", si perde la propria unicità - che è il fondamento della propria grandezza.

    Il Dr. Dale Archer è una psichiatra e ospite frequente su "Fox news" Live." E' l'autore del nuovo libro best-seller "Meglio che normale: come quello che rende diversi può rendere eccezionali".

    "Nota del Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani: Pur non avendo scelto noi il titolo, pensiamo che sia interessante il fatto che lo abbia fatto Fox News. Così la nostra domanda è: che farà il resto della psichiatria quando gli sarà richiesto di dire la verità, se i miliardi di euro in sovvenzioni statali alla psichiatria dipendono da una bugia?"

    Il CCDU sta lavorando affinché sia presa in considerazione ogni possibilità per prevenire che i bambini vengano definiti ingiustamente come affetti da "disturbi psichici", attraverso programmi di "Istruzione particolare" o attraverso l'uso nelle scuole di questionari psicopatologici e che sia protetto il loro diritto  ad essere educati senza l'uso di psicofarmaci. Questo mondo appartiene a tutti, ma in misura maggiore ai bambini, che un giorno lo erediteranno.

    Psichiatria: un industria di morte (altra serie di video)

    Ed ora "gustatevi" quest'altra serie di video dedicata agli spacciatori internazionali di droga e morte.







    Farmaci psicotropici tra business e menzogna


    Philippe Pignarre, manager “pentito” di colossi farmaceutici,

    denuncia nel libro “L'industria della depressione” (Bollati
    Boringhieri), lo scandalo del business farmaceutico e del
    pressapochismo degli psichiatri che prescrivono pillole della
    felicità con grande disinvoltura. Secondo l'Oms oggi i depressi
    supererebbero il miliardo e se si pensa che nel 1970 i depressi
    erano “solo” cento milioni, ci si chiede cosa ci aspetterà in
    futuro. Un mondo di depressi cronici. Ma cosa sta succedendo?
    Cosa può spiegare questa allarmante ondata di tristezza
    patologica? Le spiegazioni sociologiche che descrivono l'uomo
    vittima di una società competitiva e massificante non bastano
    per giustificare questo fenomeno allarmante.
    Come spiega Pignarre il boom dei depressi è frutto
    dell'influenza delle multinazionali farmaceutiche che, con i
    congressi in hotel a cinque stelle e articoli di esperti dipendenti dalle stesse case produttrici di
    psicofarmaci, hanno esercitato ed esercitano una campagna di disinformazione e persuasione di massa.
    Le pillole della felicità sarebbero solo un bluff alimentato da interessi economici e l'epidemia del male
    oscuro un male studiato a tavolino. I depressi “veri” sono solo il 2 % della popolazione, tutti gli
    altri sono solo persone che stanno attraversando un periodo difficile a cui stanno rispondendo con
    un normale fisiologico calo dell'umore. Certo il mercato ha trovato terreno fertile in una società dove
    tutto si compra, anche la felicità, e dove più nessuno accetta di star male affrettandosi a cancellare il
    sintomo fastidioso senza arrivare alla causa dello stesso. Tutto e subito possibilmente.
     Ed allora entra in
    gioco l'eticità di certi dispensatori di felicità in pasticche che barattano il proprio giuramento di Ippocrate
    con un vacanza sponsor con tanto di congresso scientifico dai contenuti ovvi che acquietano le loro
    coscienze.

    Gli antidepressivi di ultima generazione, i famosi IRSS (inibitori selettivi della recaptazione della
    serotonina), Fluoxetina, Fluvoxamina, Paroxetina, Citalopram, etc., prescritti in massa anche dai medici
    generici, non sono così innocui come le case farmaceutiche dichiarano ma tutt'altro. Hanno effetti collaterali e quandosi smette di prenderli provocano fenomeni di astinenza, come capogiri, vertigini e nausea. I "nonni" degli
    IRSS, ovvero i Triciclici, sono ancora più tossici e danno altri effetti collaterali come sonnolenza,
    abbassamento della pressione arteriosa, causano ritenzione urinaria, disturbi intestinali, calo del desiderio
    sessuale ed in più sono cardiotossici. Ci si chiede se qualche effetto positivo questi farmaci lo abbiano
    davvero.
    Pignarre è chiaro su questo punto: “Sono euforizzanti danno buon umore un po' come una
    blanda cocaina, ma questo non vuol dire che curino la depressione e, una volta sospesi, i sintomi iniziali
    ricompaiono... in realtà questi farmaci hanno colmato una lacuna che imbarazzava molto la psichiatria
    dando una spiegazione biochimica alla depressione priva altrimenti di una causa scientifica”.

    Insomma se è vero che un calo di certi neurotrasmettitori
    (noradrenalina, dopamina e serotonina) è la causa della
    depressione cosa è che determina questo calo? L'evento triste
    o l'evento triste è vissuto come tale perché c'è una alterata
    funzionalità dei neurotrasmettitori? In altre parole, certo più
    ruspanti delle pubblicazioni scientifiche, viene prima l'uovo o la
    gallina? E se l'uomo imparasse a vivere le inevitabili difficoltà
    della vita in modo diverso, imparasse a pensare in modo
    diverso, i neurotrasmettitori come reagirebbero? Insomma se
    per una volta il mondo scientifico libero da pressioni
    “lobbystiche” si decidesse a voler arrivare alla causa o alle
    reali e non artefatte concause di questa patologia forse il
    mondo tutto, non solo i singoli pazienti, ne trarrebbero
    beneficio.

    Si farebbe una reale e simbolica pulizia da idee preconcette, intrugli chimici e interessi lucrosi.

    Multinazionali dello psicofarmaco e conflitto di interessi

    Un problema che non rientra mai nei dibattiti politici italiani è quello del conflitto d’interesse tra esperti al soldo delle case farmaceutiche che contemporaneamente svolgono funzioni di consulenti all’interno di enti pubblici.
    Negli USA, la Food and Drug Administration, il massimo organo di controllo sanitario del paese, ha appena approvato un provvedimento che vieta a specialisti, che ricevano più di 50.000 dollari dalle case farmaceutiche, di partecipare ai comitati consultivi sui casi che coinvolgano le ditte a cui sono legati. Mentre chi guadagna meno di 50.000 dollari può parteciparvi ma senza diritto di voto.
    Contemporaneamente, si sta combattendo una causa affinché la multinazionale Ely Lilly sia costretta a disvelare dei documenti che ha occultato, i quali dimostrerebbero l’uso illegale del medicinale Zyprexa.
    Infatti, secondo la legge statunitense, la FDA approva non solo un medicinale, ma indica espressamente anche in quali casi va somministrato. Lo Zyprexa è un antipsicotico approvato solo per la schizofrenia e il disturbo bipolare, ma che attualmente viene prescritto per moltissimi problemi, soprattutto ai bambini. Questo sarebbe frutto di una massiccia campagna di marketing, chiamata “Viva Zyprexa”, che convince i medici a prescriverlo con grande facilità, tanto che secondo un’indagine compiuta in Florida nel 2006 i casi di pazienti curati con questo potente psicofarmaco sono raddoppiati in soli 5 anni (da 9.500 a oltre 18.000 casi).
    Questa situazione ha portato circa 20.000 di persone negli USA, secondo il New York Times, ad assumere loZyprexa senza essere informati delle terribili controindicazioni: diabete, chetosi e pancreatine.
    Anche in Inghilterra il caso “psicofarmaco facile” è già scoppiato.
    Il Dott. Spitzer, lo psichiatra che tra il 1970 ed il 1980 individuò il deficit attentivo (ADD) da cui deriva l’ADHD, ha dichiarato alla BBC2, nel corso di un programma intitolato “The trap” (la trappola), che in questi annicentinaia di migliaia di bambini curati con gli psicofarmaci sono quasi certamente sani, e che i loro disturbi sono dettati da normalissimi periodi di allegria e tristezza.
    Lo speciale televisivo mostrava come la spesa sostenuta dal Servizio della Sanità Inglese (NHS) legata a medicinali contro la AHDH sia triplicata in 5 anni, dal 1999 al 2003, arrivando alla quota di 12 milioni di Pound, circa 16.800.000 Euro!!! Direi un bel business per le multinazionali!
    Questo nonostante le linee guida originali del NHS consigliassero estrema prudenza nella somministrazione degli psicofarmaci a cuasa di riturbi cardiovascolari, allucinazioni e pensieri suicidi. Il risultato è che da quando il Ritalin è stato introdotto nel Regno Unito sono già 9 i morti documentati.
    Cosa succede in Italia? 
    Secondo un indagine de L’Espresso, nel 2006 le prescrizioni di antidepressivi sono aumentate del 8% rispetto al 2005 e quelle in età pediatrica sono doppie rispetto al 2000, per un valore di mercato di 650 milioni di euro!
    Secondo il Prof. Corrado Barbui, psichiatra presso l’Università di Verona, oggi vengono consigliati per tutto, dagli attacchi di ansia fino all’obesità, e i 2/3 delle prescrizioni provengono dai medici di famiglia, che certamente non hanno conoscenze specifiche e ricevono continuamente visite da informatori scientifici prezzolati dalle case farmaceutiche.
    Questa notizia fa il paio con la recente conferenza stampa tenuta dall’Associazione Famiglie ADHD, favorevole alle cure a base di psicofarmaci, tenutasi presso l’Istituto Superiore di Sanità (ISS). 
    E’ emerso che la portavoce di questo gruppo è Chiara Galliani, la quale lavora per la Ketchum, un’agenzia internazionale di Pubbliche Relazioni e strategie di media che in diversi Paesi promuove l’immagine dellaNovartis, produttrice del Ritalin, e della Eli Lilly, di cui abbiamo già parlato.
    Oltre a svalutare completamente i dati forniti in questa occasione, la cosa grave è che un ente pubblico permetta a due multinazionali, già sotto la lente dei controlli statali in altre Nazioni, di tenere conferenze stampa nei suoi uffici legittimandone le posizioni commerciali.
    Sperando che il Governo si adoperi per prevenire pericolosi conflitti d’interessi, allontanando da incarichi pubblici consulenti compromessi con le cause farmaceutiche, le speranze di tutela della sanità pubblica sono riposte in una Commissione d’inchiesta del Senato, che sta indagando sui rapporti tra case farmaceutiche e membri dell’ISS.
    C’è da augurarsi che agiscano prima di arrivare a contare 9 bambini deceduti per il Ritalin, come in Inghilterra.