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Trattamenti cerebro-debilitanti

I principi cerebro-debilitanti dei trattamenti


I moderni trattamenti farmacologici dalla psichiatria guadagnano la loro credibilità da alcune assunzioni che sia i professionisti che i profani spesso accettano nella stessa maniera come se fossero provate scientificamente. Queste assunzioni sottintese in realtà sono dei miti: falsità sulle quali si regge un sistema di pensiero e un insieme di pratiche. In contrasto con questi miti, si identificano le basi di funzionamento della psicofarmacologia che sono state provate con evidenze cliniche e scientifiche che vengono così riassunte:
I. Tutti i trattamenti biopsichiatrici hanno in comune la maniera in cui esplicano la loro azione, ossia il danneggiamento e l’alterazione delle normali funzioni cerebrali
I farmacologi parlano di un indice terapeutico delle medicine, il rapporto fra gli effetti benefici e quelli tossici. In realtà i trattamenti biochimici sul cervello sono tali che l’effetto tossico e quello terapeutico coincidono. Lo stesso dicasi per l’elettroshock e la psicochirurgia.
Da quello che sappiamo dalla neurologia appena una sostanza estranea entra in contatto col cervello, i suoi effetti tossici si manifestano subito anche come effetti psicoattivi. Senza tossicità il farmaco non avrebbe alcun effetto psicoattivo.
II Ogni intervento biopsichiatrico causa disfunzioni cerebrali generalizzate
Sebbene trattamenti specifici hanno effetti differenti e riconoscibili sul cervello, essi hanno in comune la capacità di produrre disfunzioni generalizzate con qualche grado di danneggiamento su tutto lo spettro delle funzioni emotive e intellettuali. A causa del fatto che il cervello è altamente integrato, non è possibile disabilitare in maniera circoscritta alcune funzioni cerebrali senza danneggiarne varie altre. Per esempio, anche la produzione di una leggera mancanza di sensitività emozionale, di letargia, o di senso di stanchezza, danneggia le funzioni cognitive quali l’attenzione, la concentrazione, la prontezza di riflessi, la coscienza di sé stessi e la sensibilità sociale.
Elettroshock e psicochirurgia ovviamente producono sempre disfunzioni generalizzate. Alcuni farmaci a volte possono non produrre tali effetti se vengono presi a dosaggi minimi, ma è anche vero che difficilmente esplicano il loro effetto terapeutico a quei dosaggi.

TRATTAMENTI PSICHIATRICI CHE DANNEGGIANO IL CERVELLO: Parte (1)

TRATTAMENTI  PSICHIATRICI CHE DANNEGGIANO IL CERVELLO
Riportiamo dal sito di Peter Breggin il primo capitolo del suo libro "Brain-Disabling Treatments in Psychiatry: Drugs, Electroshock, and the Role of the FDA" (Springer Publishing Company; 1997) [Cioè: "Trattamenti Disabilitanti il Cervello in Psichiatria: Psicofarmaci, Elettrochoc e il ruolo della FDA (Commissione controllo Federale Farmaci in Usa)] [Sito di Breggin http://www.breggin.com/ ; brano http://www.breggin.com/brain-disablingch1.html ]
Peter R. Breggin è un medico psichiatra ma fa parte del piccolissimo gruppo di psichiatri che critica aspramente - con argomenti medici - il grosso della Psichiatria. Da parecchi decenni attivo negli Usa ha denunciato in pubblicazioni mediche sia i danni prodotti dall'elettochoc, che recentemente, a cominciare da "Toxic Psichiatry" 1992/94, i danni prodotti dagli psicofarmaci. Ha fondato un gruppo scientifico permanente in proposito (vedi nel suo sito). Puoi trovare alcuni brani di P. Breggin tradotti in italiano nel "nido del cuculo".
La tesi di questo libro è che gli attuali trattamenti psichiatrici -con psicofarmaci antipsicotici- ottengono il loro effetto proprio mediante la debilitazione-disabilitazione o addirittura deterioramento del cervello. Il libro è recente e tratta quindi anche i 'nuovi' psicofarmaci. In particolare si sostiene:
"that psychiatric drugs achieve their primary or essential effect by causing brain dysfunction, and that they tend to do far more harm than good.  I will show that psychiatric drugs are not specific treatments for any particular “mental disorder.”  Instead of correcting biochemical imbalances, psychiatric drugs cause them, sometimes permanently"
"che i farmaci psichiatrici ottengono il loro effetto primario od essenziale mediante il provocare una disfunzione al cervello, tendono a recare più danno che benessere. Mostrerò che questi psicofarmaci non sono trattamenti specifici per nessun specifico "disordine mentale". Invece di correggere squilibri biochimici, gli psicofarmaci li causano, talvolta permanentemente."

Brain-Disabling Treatments in Psychiatry:
Drugs, Electroshock, and the Role of the FDA
by Peter R. Breggin, M.D.

Springer Publishing Company (1997)
Reprinted with permission of Springer Publishing Company & Dr. Peter Breggin, M.D.
Chapter 1:  The Brain-Disabling Principles of Psychiatric Treatment

PETER BREGGIN  : "I principi cerebro-debilitanti dei trattamenti psichiatrici"
Capitolo 1
Nell’ultima decade è aumentato continuamente il ricorso agli psicofarmaci, non solo all’interno della psichiatria, ma nella medicina nel suo complesso, e persino nell’ambito scolastico. Praticamente ogni paziente che viene ricoverato in una struttura psichiatrica è incoraggiato o forzato a prendere tali farmaci. C’è una tendenza all’interno della pschiatria a rendere più semplice la costrizione di pazienti ad iniezioni di farmaci a lento rilascio (e lunga azione) per una cura extra-ospedaliera. È usanza comune degli psichiatri privati dare ai pazienti un farmaco durante la prima visita e spiegare loro che avranno bisogno di farmaci per tutta la vita. Medici di famiglia, internisti e altri medici prescrivono in gran quantità antidepressivi e tranquillanti minori. Professionisti non medici, come gli psicologi e gli assistenti sociali, si sentono obbligati a consigliare ai loro pazienti una valutazione di trattamento psicofarmacologico. In questo maniera la medicalizzazione farmacologia porta aggressivamente all’esclusione di tutti gli altri sistemi di cura. Farmaci per adulti vengono prescritti in quantità sempre maggiori ai bambini.
Anche i non professionisti si sono uniti all’entusiasmo per gli psicofarmaci. A causa del supporto dei mass-media a questa campagna a favore dei farmaci e delle campagne pubblicitarie e di promozione delle case farmaceutiche, i pazienti spesso arrivano allo studio del dottore avendo già in mente il nome di una medicina. I docenti spesso raccomandano agli alunni una valutazione di trattamento psicofarmacologico.
Come un aspetto di questo complessivo riemergere della bio-psichiatria (2), l’elettroshock è diventato sempre più popolare. Persino la psicochirurgia trova nuovamente chi parla in favore di essa (vedi Breggin & Breggin, 1994b).
Questa "rivoluzione del farmaco" vede gli psicofarmaci come qualcosa che alla lunga è più utile che dannoso, persino come una cura in senso assoluto. Alla stessa stregua dell’insulina o della penicillina, essi sono visti come un trattamento specifico per una specifica malattia. Spesso viene detto che tali farmaci correggono degli squilibri biochimici nel cervello. Queste ipotesi hanno creato un ambiente in cui è difficile porre l’accento sugli effetti nocivi dei farmaci; criticare per principio gli psicofarmaci è ormai considerata un’eresia, poco diffusa per giunta..
Questo libro difende un punto di vista decisamente differente, ossia che gli psicofarmaci svolgono il loro ruolo essenzialmente causando disfunzioni cerebrali, e che a lungo andare fanno molto più male che bene. Mostrerò che gli psicofarmaci non sono trattamenti specifici per nessuna specifica malattia mentale. Invece di correggere squilibri biochimici, gli psicofarmaci ne causano a loro volta cause, a volte in maniera permanente.
La critica in questo libro coincide con un punto di vista alternativo, cioè che gli approcci sociali, educativi e spirituali sono i più utili nell’aiutare gli individui a superare i propri problemi personali e a vivere una vita più piena di significato. Ho già descritto altrove alcuni di tali approcci (Breggin, 1991a, 1992a, 1997; Breggin & Breggin, 19941; Breggin & Stern, 1996). Molti altri hanno continuato a dar voce, da differenti punti di vista, ad un forte criticismo del modello organicistica e dei trattamenti medici (Armstrong, 1993; Breeding, 1996; Caplan, 1995; Cohen, 2990; Colbert, 1995; Fisher & Greenberg, 1989; Grobe, 1995; Jacobs, 1995; Kirk & Kutchins, 1992; Modrow, 1992; Mosher & Burti, 1989; Romme & Escher, 1993; Sharkey, 1994). Qui voglio ribadire i presupposti impliciti usati per giustificare i trattamenti con farmaci e con elettroshock in psichiatria, e per documentare i loro effetti di debilitazione e danneggiamento e del cervello, continuate a leggere...

La "droga di stato" si spaccia anche in internet!

Attingete a piene mani, da informazioni come queste, non credo che questo blog lo lasceranno qui in eterno, me ne hanno già fatti sparire un paio, dopo che vi avevo dedicato anni di paziente lavoro affinchè si affermassero nel web e diventassero popolarissime fonti di informazione. Comunque, potranno farmene sparire quanti ne vorranno, io comincerò sempre pazientemente da capo, perchè la mia missione ormai è divenuta quella di combattere questi avvelenatori del genere umano, con tutte le mie forze.


L'attuale spinta alla farmacolizzazione dell'uomo ha radici conosciute. Nel 1967 fu tenuta una conferenza dal Gruppo di Studio per gli Effetti dei Farmaci Psicotropi sugli Umani Normali (Study Group for the Effects of Psychotropic Drugs on Normal Humans) per stabilire le strategie psichiatriche negli Stati Uniti verso il 2000. Gli atti della conferenza furono redatti da due protagonisti di MKULTRA, il dottor Wayne O. Evans e lo psichiatra Nathan Kline. Nella prefazione agli atti si leggeva che:
«...l'attuale gamma di farmaci utilizzati sembrerà quasi insignificante se la compariamo alla quantità possibile di sostanze chimiche che saranno disponibili per il controllo degli aspetti selettivi della vita dell'uomo del 2000 [...]»
Detto e fatto!
Qui di seguito riportiamo alcuni esempi di promozioni di farmaci tramite email, sperando che la massima "se li conosci li eviti" valga anche in questo caso.
1° esempio
esempio 1
2° esempio
esempio 2
3° esempio
esempio 3
4° esempio
esempio 4

Spaccio di psicofarmaci: I gruppi di pressione

Continuate a leggere e vedrete come le cose si faranno sempre più chiare ed evidenti!





Psicofarmaci: i gruppi di pressione

psicofarmaci ai bambiniGli uffici marketing e relazioni pubbliche delle principalimultinazionali farmaceutiche usano costituire e/o finanziaregruppi di pressione denominati “Front group” al fine di stimolare lamedicalizzazione del disagio tra la popolazione e aumentare così il proprio giro d’affari.
La maggior parte di questi gruppi ha sede negli Stati Uniti, ma la loro influenza si estende a livello internazionale. L’industria farmaceutica ammette che investire in “gruppi di pressione” è uno strumento efficace per il supporto a lungo termine della vendita di psicofarmaci: forse anche più efficace delle azioni dirette di marketing sul consumatore.
La tecnica utilizzata è quella di veicolare il proprio messaggio commerciale attraverso associazioni di pazienti o di medici apparentemente indipendenti, ma in realtà strettamente legati agli interessi della multinazionale. A volte un gruppo è espressione di una singola azienda farmaceutica, altre volte più aziende farmaceutiche si coalizzano per sostenere uno specifico gruppo.
La sensibilizzazione della cittadinanza su specifiche patologie o sui vari paradigmi di cura è sicuramente cosa lecita: meno opportuno e non dichiarare i significativi conflitti d’interesse di associazioni che dialogano con pazienti e specialisti per scopi apparentemente non a scopo di lucro, e che in realtà sono etero-dirette da chi ha un preciso interesse finanziario non solo a “fare informazione o prevenzione” bensì ad affermare od espandere una patologia.
Da curare – ovviamente – con gli psicofarmaci prodotti dall’azienda finanziatrice…

i gruppi di pressione, non sono difficili da riconoscere: basta vedere con quanta ostinazione propagandano alcune vaccinazioni che non hanno utilità ed efficacia dimostrate scientificamente.

Un altro caso di psichiatria e tangenti

Eccovi un altro esimio signore che si riempiva le tasche sulle spalle di chi soffre! E' un "Guru" della psichiatria mondiale, uno di quelli che dettano legge in ambito clinico, in tutto l'occidente.



Il New York Times denuncia un clamoroso conflitto di interessi: il Dott Biederman – il più famoso esperto mondiale di psicofarmaci antipsicotici, sul cui lavoro si basano anche le linee guida utilizzate in Europacostruiva sperimentazioni favorevoli agli interessi commerciali delle aziende farmaceutiche che lo pagavano. Luca Poma (Giù le Mani dai Bambini): aziende e medici senza scrupoli per aumentare il numero di prescrizioni di psicofarmaci, utilizzati poi anche per l’ADHD (bambini agitati e distratti)”. Roberti di Sarsina (psichiatra, AUSL di Bologna): “questi eventi non sono affatto rari, e influiscono sulle prescrizioni anche in Italia”

L’autorevole quotidiano americano New York Times ha diffuso la notizia secondo la quale il Dott. Joseph Biederman, uno dei massimi esperti mondiali sul disturbo bipolare, aveva presentato i risultati dei propri trials clinici sull’efficacia del Risperidone a esponenti della Johnson & Johnson, azienda produttrice dell’antipsicotico Risperdal, prima ancora di iniziarli. L’esperto, che ha redatto molte delle linee guida a livello internazionale che regolano la somministrazione di antipsicotici ai bambini, utilizzati anche su bambini iperattivi e distratti, citava apertamente e con certezza – in via anticipata – la circostanza che le sperimentazioni di questa molecola sui minori avrebbero dato esito positivo. Gli inquirenti hanno inoltre esibito email e documenti interni della multinazionale farmaceutica che dimostrano come la società intendesse servirsi del suo rapporto  privilegiato con il dottor Biederman per aumentare le vendite degli psicofarmaci, incluso il famoso “Concerta”, psicofarmaco per la sindrome “ADHD” (Iperattività e Deficit di Attenzione), con studi pilotati atti a ridimensionare i pericoli di effetti collaterali sui piccoli pazienti. Il medico, che è al centro di una vera e propria bufera mediatica e giudiziaria, anche per non aver saputo spiegare in modo convincente la provenienza di ingenti somme in dollari sui propri conti bancari personali, ha tardivamente redatto una lettera di scuse e di assunzione di responsabilità, firmata con altri due colleghi coinvolti nell’inchiesta, che sta circolando in ambiente medico.

“Siamo di fronte all’ennesimo caso di corruzione e di grave conflitto di interessi – ha commentato Luca Poma, giornalista e portavoce nazionale di Giù le Mani dai Bambini, la più visibile campagna di farmacovigilanza per l’età pediatrica in Italia www.giulemanidaibambini.org – con ricerche apparentemente indipendenti sull’efficacia e sicurezza di psicofarmaci per i bambini che erano in realtà studiate a tavolino in collaborazione con i produttori della molecola stessa, cui veniva garantito un risultato positivo, a beneficio delle vendite dello psicofarmaco. Questa vicenda fa riflettere anche e soprattutto se pensiamo a quanti medici quotidianamente – spesso in buona fede – si affidano a studi scientifici come quelli di Biederman per sostenere l’opportunità di terapie a base di psicofarmaci sui minori. La ricerca scientifica non è affatto indipendente – conclude – dobbiamo arrenderci a questa evidenza“.


Attacchi di panico e ansia: Attenzione alle pagine Facebook che ne parlano,esse sono in mano ai "guru" della psichiatria e alle case farmaceutiche

Ogni qualvolta si tenti di allertare le persone riguardo le connivenze tra i detentori della "suprema conoscenza" (Psichiatri & Company) e le case farmaceutiche, che producono psicofarmaci per un giro d'affari di migliaia di miliardi di dollari, stranamente tali post tendono a scomparire...Sarà un caso? Anche stanotte un mio conoscente, ne ha scritto uno in una pagina di FB dedicata all'ansia, e stamattina "et voilà" come per magia, per l'ennesima volta è sparito!
Ciò che vale per queste sospette pagine di FB, lo è in egual misura anche per moltissimi altri siti e siterelli che infestano il web. Pensate solo per un momento, allo spam che può generere un singolo individuo, ed ora pensate a cosa può portare uno spam creato a tavolino da una lobby che può contare sul sostegno derivante da miliardi di dollari di capitali!

Quali buone nuove, tra l'altro ci portano queste pseudo-informazioni, che con qualche ricerca in internet non potremmo reperire anche noi? Chiuque, al giorno d'oggi, potrebbe spacciarsi per un eminente psichiatra, soltanto citando materiale, fonti, interviste e conferenze copia-incollato con qualche clik qua e la dalla rete. E allora, quale è l'apporto che questi sedicenti psicologi, psichiatri e neurologi che infestano letteralmente il web, danno in concreto? Quali sono le rivoluzionarie novità?
Io li paragono a quei saltimbanchi, che nel tardo medioevo scorrazzavano nei mercati rionali, spacciando ampolle piene di immondi intrugli, quali elisir di lunga vita.

Vi rendete conto, che ormai, a leggere i commenti su questi siti a cui ho fatto riferimento, sembra di assistere a delle conversazioni effettuate da tossicodipendenti, nelle quali si parla quasi esclusivamente di quante gocce di questo o quell'altro farmaco si assumono, o di quale iniezione pittosto di un altra è meglio somministrarsi, mentre tutti i commenti ed i post, tendenti a fornire un'alternativa, vengono sistematicamente coperti da altri commenti e post, che continuano a pubblicizzare esplicitamente e non l'uso di farmaci?

Io sono stato il primo, fra questi "tossicodipendenti" loro malgrado. Quello che c'è da dire, però, è che ho avuto il carattere, la determinazione o semplicemente la fortuna di rendermene conto per tempo.

Questa gente specula in maniera a dir poco sfacciata, sulle disgrazie delle persone, c'è un giro di interessi che fa paura!
Oltretutto, ansia e panico a parte, avete mai visto un paziente psichiatrico completamente guarito?

Io ne ho conosciuti migliaia di poveri diavoli (questo era parte del messaggio che quel mio conoscente ha scritto questa notte) e li ho visti più calmi, sedati, a volte più zombies che mai, ma mai e dico mai, ne ho visto uno che si possa definire "guarito"!!!

Detesto la categoria degli "intrallazzatori professionisti del cervello", perchè tentare è lecito ed encomiabile, ma la loro presunzione di poter gestire dominare una materia che è, e forse sarà sempre aldilà della loro portata, è mendace ed esecrabile.

La mia, contro questi loschi individui, è ormai una guerra aperta e dichiarata, una vera e propria crociata, e sfido chiunque di loro a controbattere le mie argomentazioni, senza ricorrere a citazioni o enunciazioni tratte da qualche ampolloso e spocchioso volume, cosa che ripeto potrebbe fare chiunque, ma in un confronto diretto su quelle che sono le "vere" sensazioni che si provano nell'aver avuto a che fare con i problemi reali. Sono sicuro che nessuno di essi raccoglierebbe il guanto di sfida, dal momento che intimamente sanno benissimo che si arrogano il diritto di pontificare su argomenti che conoscono solo dal di fuori, grazie alla "conoscenza" pervenutagli mediante i loro superficiali, quanto anacronistici meeting, e l'esperienza indiretta che noi gli comunichiamo.

Attacchi di panico: Fattori di evitamento



Questa breve analisi  ci aiuta a spiegare la ragione dei comportamenti di evitamento che di solito fanno la loro comparsa subito dopo il primo attacco di panico; se proviamo ad immaginare il terrore per la catastrofe sfiorata ( la persona dell’esempio precedente ha potuto temere di poter perdere il controllo e quindi schiantarsi o rendersi pericoloso per la sicurezza degli altri) ci sembra “ragionevole” interpretare il comportamento di evitamento come “ragionevole”:  se non guido più in autostrada evito di rischiare l’attacco di panico e quindi di mettere a repentaglio la mia vita e quella degli altri;

questo comportamento infatti ha la capacità di ridurre, almeno  temporaneamente, l’ansia facendo sentire la persona più tranquilla. Se è vero che l’evitamento è spiegabile (evito disastri) e rinforzato ( riduco l’ansia, evito l’attacco di panico) è altrettanto vero che esso comporta dei costi sempre più importanti  sia in termini di qualità della vita che di valutazione di se stessi  (anche in termini di autostima) e, cosa più importante, costituisce un importante fattore di mantenimento del disturbo di panico.
Per comprendere gli effetti dell’evitamento riprendiamo l’esempio dell’attacco di panico da autostrada e, dopo aver sottolineato i vantaggi, cerchiamo di analizzare gli svantaggi o costi dell’evitamento: in primo luogo è chiaro che l’evitamento riduce l’autonomia della persona, e logico pensare che se una persona rinuncia a guidare perderà possibilità di “movimento” e occasioni con gravi ripercussioni sulla qualità della vita ( pensate al lavoro, alla possibilità di viaggiare, all’autonomia etc.) che diventerà più dipendente ( dipendenza dei mezzi pubblici o dagli altri), questa situazioni diverrà tanto più grave quanto più l’evitamento sarà generalizzato alle situazioni che ricordano il primo attacco di panico ( ad esempio l’evitamento può inizialmente riguardare la guida in autostrada per poi estendersi alle altre strade fino al punto di rinunciare completamente alla guida) nel qual caso la persona inizierà a pagare dei costi sempre più alti. Il processo di generalizzazione dell’evitamento è abbastanza comune nel disturbo di panico è, specie nei casi  in cui è complicato da agorafobia, può limitare seriamente l’autonomia della persona. La generalizzazione dell’evitamento può dunque riguardare i diversi contesti dell’attacco di panico: mezzi pubblici, folle e luoghi aperti, supermercati, stadi etc.
Un altro importante costo pagato all’evitamento è costituito dal cosiddetto problema secondario che spesso sopraggiunge agli attacchi di panico. Il problema secondario può essere definito come il problema di avere un problema; seguendo sempre il nostro esempio dell’attacco di panico alla guida in autostrada possiamo formulare il problema secondario come la valutazione che la persona da  a se stessa rispetto al problema del panico e le conseguenti valutazioni ( negative), nell’esempio la persona può dare un giudizio stile:” non tornerò più ad essere la persona di prima, gli attacchi di panico mi stanno rovinando la vita, mi sento debole e non più in grado di gestire la mia vita”. Questa valutazione di se stessi come “difettati” può accompagnarsi a depressione, scarsa autostimaansia generalizzata con conseguenti risvolti negativi in ambito lavorativo, affettivo e delle relazioni sociali. 
Una terza implicazione dell’evitamento, come strategia utilizzata per prevenire gli attacchi di panico,  concerne il suo importante ruolo come fattore di mantenimento del problema legato al panico; utilizzando il nostro consueto esempio dell’attacco di panico in autostrada possiamo illustrare tale effetto: la persona cercherà di sottrarsi all’esperienza angosciosa del panico evitando tutte quelle situazioni che reputa pericolose per l’innesco degli attacchi di panico (rinuncia a guidare); il comportamento di evitamento effettivamente riduce l’ansia è, cosa ancora più importante ai fini del mantenimento del panico, impedisce di smentire l’ipotesi catastrofica associata alla guida in autostrada ( se guido mi viene l’attacco di panico) in tal modo il disturbo si cronicizza  poiché risulta impossibile smentire l’ipotesi catastrofica che sta alla base dell’disturbo e dell’attacco di panico.

Attacchi di panico: L'esordio

L’attacco di panico si presenta come un grave e passeggero stato d’ansia la cui intensità crescente, in genere la durata di un attacco di panico  si aggira intorno ai 10 minuti, comporta  vissuti drammatici e catastrofici che fanno temere alla persona che lo subisce  la morte imminente o  la sensazione di poter perdere il  controllo  o di impazzire. I principali sintomi che si accompagnano all’attacco di panico riguardano palpitazioni tachicardia, sudorazionetremori, dispnea o sensazione di soffocamento, sensazione di asfissia, dolore al petto( frequentemente l’attacco di panico viene scambiato per un infarto),nausea o disturbi addominali, sensazioni di sbandamento, instabilità o svenimento ( lo svenimento vero e proprio è un evento alquanto raro),derealizzazione o depersonalizzazione( ovvero la sensazione che l’ambiente circostante o il proprio corpo assumono contorni strani ed inusuali come se non appartenessero alla persona o vissute come in un sogno), parestesie (sensazioni di torpore o formicolio), brividi o vampate di calore.
 Quando gli attacchi di panico si fanno frequenti ed inaspettati e la persona vive una perenne preoccupazione che questi possano ripresentarsi, viene diagnosticato il Disturbo con Attacchi di Panico con o senza Agorafobia. Classicamente il primo attacco di panico giunge in maniera inaspettata cogliendo di sorpresa e terrorizzando la persona che, da quel momento (sono davvero poche le persone che non ricordano il loro primo attacco di panico), si trova a vivere in uno stato di continua sofferenza e preoccupazione, spesso di franca depressione, che peggiorano notevolmente la propria qualità della vita. La letteratura e l’esperienza clinica concordano nel ritenere che il primo attacco di panico è  spesso preceduto da eventi significativi quali possono essere separazioni, divorzi, lutti, licenziamenti, trasferimenti, ma anche matrimoninascita di figli, promozioni e altri eventi correlati con un significativo aumento del senso della resonsabilità e quindi dell’ansia e dello stress.

Ecco chi secondo "loro" dovrebbe risolvere i nostri problemi


Non provate anche voi il disgusto che provo io, guardando un video come questo?


Guardate anche il presentatore, da pena! Ed è nelle mani di questa gente che dovremmo affidare le nostre aspettative di guarigione?



Attacco di panico: Un esperienza sconvolgente





Il primo attacco di panico è un'esperienza sconvolgente. Molti pazienti lo raccontano come l'esplodere nella vita quotidiana di un improvviso e profondissimo senso di morte. Da quel momento, la loro vita cambia radicalmente e vivono nell'angosciante prospettiva della "fobofobia", cioè della paura di aver paura. Il neurologo Rosario Sorrentino, grazie a un innovativo approccio, è riuscito a catturare con una risonanza magnetica funzionale (una metodica che consente di descrivere il funzionamento del cervello in azione) le immagini che rappresentano una crisi di panico nel preciso istante in cui si verifica. Grazie a ciò, è stato possibile dimostrare che l'attacco di panico non è né un'invenzione né una stravaganza, ma un evento durante il quale il nostro cervello si accende, cercando di convincerci della presenza di un pericolo che non c'è. Oggi in Italia oltre due milioni di persone (soprattutto donne di età compresa fra i 18 e i 45 anni) ne soffrono in modo cronico. L'Organizzazione Mondiale della Sanità ci informa che nel 2020 gli attacchi di panico e le depressioni saranno i disturbi più diffusi sul pianeta terra. Sorrentino, insieme a una sua paziente d'eccezione, la scrittrice Cinzia Tani, spiega al lettore comune tutti i risultati delle sue ricerche, che contengono un messaggio incoraggiante: di attacchi di panico si può guarire, perché il cervello è plasmabile, e può cambiare configurazione e assetto se adeguatamente stimolato e sollecitato.

introduzione- "ho smesso di tremare" (il manuale)



Non sono un medico ma un sociologo, ci tengo a precisarlo. Tutto ciò che ho imparato sulla materia, l'ho appreso sulla mia pelle e la laurea in psicologia che possiedo mi è stata conferita "ad honorem".
Innanzitutto voglio chiarire subito un punto fondamentale, ovvero: "Chiunque nel corso della sua vita incorre nella sventura di fare la conoscenza con un attacco di panico, deve tener ben presente una cosa..."questo incontro è per sempre!"
Ma come?! Direte voi, Sono entrato in questo sito nella speranza di uscirne e adesso mi si viene a dire che devo portarmi avanti questa sofferenza per tutta la vita? Calma...calma. Uscirne può voler dire molte cose.

Tanto per cominciare, se la cosa può essere di consolazione, tenete presente che siete in buonissima compagnia!
Personaggi dello spettacolo e dello sport, famosi a livello internazionale stanno combattendo contro "la bestia" ognuno a suo modo e chi più chi meno riesce a condurre la sua vita nel miglior modo possibile, senza che gli ADP rappresentino un ostacolo insormontabile alle loro carriere. E' bene sempre ribadire una cosa: Di attacco di panico non si muore.

Perché ho tirato in ballo questi personaggi? Semplicemente perché, data la loro condizione economica privilegiata, se esistesse una cura che come per magia, risolvesse il problema, non starebbero li a soffrire. Sappiate che il noto giornalista e saggista Indro Montanelli, anche alla sua venerabile età ne era affetto e lui stesso ha dichiarato che uscire definitivamente dal problema degli attacchi di panico è illusorio e che con essi bisogna imparare a convivere.

Perché non mi azzardo ad asserire che si può uscirne completamente? Ve la sentireste voi, se foste degli psicologi, ad affermare di aver curato completamente un vostro paziente, al punto di spingerlo, nel caso che egli sia un appassionato di immersioni subacquee, ad effettuarne ancora con disinvoltura, tanto voi lo avete guarito?
Sapete cosa significherebbe per questa persona essere colto da un improvviso attacco di panico in fase di decompressione, durante la riemersione? Egli andrebbe incontro a morte certa per embolia! Eppure, ipocriti seminatori di false speranze, non esiterebbero un solo istante, solo in ragione del proprio tutt'altro che esiguo tornaconto personale, ad affermare di essere in grado di poter guarire "totalmente" un paziente. Io che il problema lo conosco bene, in tutta onestà, non sarei mai capace di assumermi una tale responsabilità. Quello del sub, ovviamente era solo un esempio, ma potrebbe essere adattato ad una vastissima moltitudine di altre situazioni.

Cosa significa imparare a convivere con gli ADP.
Vi faccio un esempio: Avete presente quelle immagini di bambini africani che, pur essendo completamente circondati e coperti di mosche continuano a sorridere? Ebbene, le mosche sono un enorme fastidio, tutti lo sappiamo, basterebbero due di esse per farci impazzire e passare tutto il giorno a scacciarle o tentare di ucciderle. Quei bambini, invece, le hanno sul viso eppure sorridono, senza neppure tentare di scacciarle!! Le mosche sono un problema, ma loro hanno imparato a convivere con esso. Il loro cervello si è condizionato ad accettare tale problema, a tal punto che esso non è più un problema, pur persistendo materialmente, non rappresenta più un handicap in grado di influire negativamente sullo stato d'animo di quelle persone. In poche parole,ne sono uscite.

Una ridda di psichiatri, psicologi, neurologi e molte altre figure professionali del settore "disturbi psichici e neurologici" si comincia ad "accalcare" intorno al problema, (molto tardivamente aggiungerei, ma come si suol dire -meglio tardi che mai-) ognuno schernendo l'altro e convinto di essere il detentore della panacea, della cura assoluta. Ne ho sentito uno proprio l'altra sera, il quale asseriva molto candidamente, che la psicanalisi non c'entrava nulla con gli attacchi di panico. In parte gli avrei dato anche ragione, se non avesse detto che l'unica cura a suo avviso fosse quella farmacologica.

E' vero che scavare nel passato non è la soluzione, ma tentare di sconfiggere gli attacchi di panico con i farmaci (ve lo garantisco perchè mi hanno propinato di tutto) è come avere un serpente in casa ed andare a dormire dopo avergli posto un cappello sopra!

Qual'è dunque la soluzione del problema?

Nel corso di tutta la mia invalidante esperienza durata ben quattordici anni, durante i quali ho provato davvero di tutto, ho messo a punto, spinto dalla disperazione e raccogliendo un campionario immenso di esperienze altrui, una serie di "trappole" psicologiche nelle quali imprigionare "il male oscuro" e le ho catalogate in una guida,un vademecum, (non so ancora neppure come definirlo, per comodità l'ho chiamato "manuale") in grado di mutare la percezione, nei soggetti afflitti da ADP, di quelli che apparentemente sembrano ostacoli insormontabili. 

La mia "soluzione" che, ho già sperimentato con successo su me stesso, e su centinaia di persone che ho avuto modo di aiutare direttamente nel corso degli anni, l'ho ora trasformata in una sorta di manuale on line, che nonostante i miei impegni di lavoro, sono riuscito finalmente a completare ed è ora scaricabile da questo stesso sito attraverso i pulsanti che si trovano sotto e sul lato destro di questa stessa pagina.



Saluti

Alexandre Simonet

Attacchi di panico e ansia: Perchè ho scelto di chiamarli ADP e non DAP

In molti mi hanno chiesto perchè ho scelto di chiamarli ADP e non DAP, qualcuno pensava addirittura che non conoscessi l'acronimo con il quale essi vengono solitamente definiti. La mia invece è stata una scelta molto semplice. DAP significa disturbo da attacchi di panico e non potevo accettare che una tale, così invalidante situazione, venisse classificata come "disturbo". Chiunque abbia provato la sensazione d' ansia acuta che li caratterizza, sarà senz'altro d'accordo con me. Nell'introduzione al mio manuale dedicato alla lotta contro ansia attacchi di panico intitolato "ho smesso di tremare", ho fatto riferimento ad essi come ad un qualcosa di definitivo, forse sarebbe stato più corretto dire che, ciò che realmente potrebbe dirsi definitiva, è più che altro l'ansia generata dalla paura che un altro attacco di panico possa inaspettatamente sopraggiungere. Lo scopo che il manuale si ripropone di raggiungere, è quello di "scardinare" attraverso delle tecniche mentali e fisiche, nonchè dei ragionamenti mirati ed inoppugnabili, quella dualità, quel circolo vizioso che lega ansia panico. Quindi per tornare alla questione  DAP- ADP, ho scelto di utilizzare il secondo acronimo, per chiamarli esattamente con il loro vero nome, senza aggiungervi nessun aggettivo, coniato da persone che a che a mio avviso, sono le meno indicate a poter discutere sentenziare su tale questione. Sono del parere che, solo coloro che hanno provato a loro spese l'angoscia derivante da questi devastanti problemi, siano effettivamente in grado di poterne parlare con cognizione di causa. D'altronde per creare un parallelismo, come potrebbe parlare d'amore colui che in vita sua non ha mai amato?